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Archivio Maggio 2006

Non solo 8 per mille

30 Maggio 2006 6 commenti


Fra pochi giorni si presentano le dichiarazioni dei redditi ed un nodo importantissimo riveste l?otto per mille.
Cos?è l?otto per mille e come funziona?
L?otto per mille è semplicemente una destinazione di somme del bilancio dello Stato che vengono sottratte alla disponibilità dello stesso per essere ripartite in base alle decisioni dei cittadini che si esprimeranno al momento della presentazione della dichiarazione dei redditi.
Ciò che caratterizza l?otto per mille è che anche chi non si esprime affatto, contribuisce in ogni caso alla ripartizione delle somme. In pratica meno del 40% degli italiani (nel 2000 era il 36% e la tendenza è verso il ribasso) si esprime sulla destinazione dell?otto per mille, però il meccanismo perverso previsto dalla legge n. 222/85 fa sì che se l?87% di quel 36% firma per destinare l?otto per mille alla Chiesa Cattolica allora la Chiesa Cattolica si vedrà assegnato l?87% del gettito complessivo derivante dall?otto per mille.
Quali scopi vengono perseguiti con l?otto per mille?
Gli scopi sono predeterminati e scaturiscono da Intese fra le varie confessioni religiose e lo Stato Italiano; ad esempio la Chiesa Cattolica utilizza le sue somme per esigenze di culto della popolazione, sostentamento del clero, interventi caritativi a favore della collettività nazionale e di paesi del Terzo Mondo, mentre le Assemblee di Dio in Italia, la Chiesa Evangelica Valdese e l?Unione Italiana delle Chiese Cristiane Avventiste destinano per intero le loro somme per interventi di natura sociale, umanitaria e assistenziale in Italia e all?estero, la Chiesa Evangelica Luterana riproduce abbastanza il modello della Chiesa Cattolica, mentre l?Unione delle Comunità Ebraiche Italiane non destinano nulla per il sostentamento del clero ma oltre agli interventi umanitari finanziano attività culturali e interventi a salvaguardia del patrimonio storico artistico e culturale. Inoltre lo Stato Italiano utilizza le somme ad esso destinate per finalità legate alle calamità naturali, fame nel mondo, assistenza ai rifugiati ed alla conservazione dei beni culturali.
Come gestisce i fondi la Chiesa Cattolica?
Nel 2003 l?ammontare delle somme destinate alla Chiesa Cattolica e gestiti dalla Conferenza Episcopale Italiana si aggiravano su 1.016 milioni di euro, così ripartiti: 422,5 milioni di euro per esigenze di culto pari al 41,6% del totale, 329,5 milioni di euro per il sostentamento del clero pari al 32,4% e 185 milioni di euro per interventi caritativi pari al 18,2%.
Di quanto è cresciuto il gettito negli anni?
Il gettito dal 1990 al 2003 si è praticamente quintuplicato, ad esempio quello destinato alla CEI è passato da 210 milioni di euro a poco più di un miliardo di euro nonostante nella stessa legge all?articolo 49 siano previsti degli strumenti, quali la commissione paritetica, che ogni trienno dovrebbe riunirsi per predisporre eventuali modifiche nel momento in cui le somme elargite siano sproporzionate per il raggiungimento degli obiettivi perseguiti. A dimostrazione che le somme siano eccessive vi è il fatto che la CEI ha destinato a riserva buona parte dell?aumento del gettito del 2003 pari a 80 milioni di euro su 108 di aumento.
Riflessioni
La Chiesa Anglicana che è religione di Stato in Gran Bretagna non prende neanche un cent dallo Stato, si autofinanzia, anche perché la funzione sociale di promozione della religione non è di competenza dello Stato, mentre in Italia la Chiesa Cattolica che non è religione di Stato viene finanziata dallo Stato con somme stratosferiche, il meccanismo è stato creato per garantire lauti finanziamenti alla Chiesa Cattolica.
Molti credono che se non ci si esprime nella dichiarazione dei redditi i soldi vanno allo Stato, nulla di più falso come indicato in precedenza.
Neanche il 20% delle somme incassate dalla CEI vengono destinati a finalità caritative, contraddicendo quello che la maggior parte degli spot comunicano. Una Chiesa Cattolica sì fatta avvicinerebbe o allontanerebbe definitivamente Francesco d?Assisi?
Non sarebbe meglio occuparsi di più delle anime e meno del danaro? Perché non si fa informazione sulla reale destinazione dell?otto per mille? Perché non vengono rispettate le norme per ridurre la quota da destinare alle Chiese? Perché si è censurato lo spot della Chiesa Evangelica Valdese che metteva in risalto il fatto che nulla andava alla Chiesa e tutto alla Carità? La risposta è una, troppo amore per il Dio danaro e quindi per il potere.
Chi vuol essere sicuro che il proprio otto per mille venga destinato esclusivamente per interventi sociali, umanitari, assistenziali o caritatevoli deve destinare le somme alla Chiesa Evangelica Valdese.

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Inquisizione da avanspettacolo?

29 Maggio 2006 3 commenti


Leggo anche oggi un altro caso di messa al rogo di un libro del Codice da Vinci. Qualche giorno fa, sbeffeggiati da molti concittadini, due consiglieri comunali di AN hanno inscenato un buffo incendio che ahimè gli si è ritorto contro, ieri ad Arzana in Sardegna, un parroco sul sagrato della Chiesa inscenando un processo a Dan Brown ha dato la sentenza: «Dan Brown con il tuo libro e il relativo film hai venduto Gesù, come Giuda, non per 30 danari ma per più di 30 miliardi di dollari Hai offeso gravemente i sentimenti più profondi dei cristiani, dissacrato la persona più cara e santa al mondo. Esorto tutti i veri cristiani, che incautamente hanno acquistato questo maledetto libro, a bruciarlo, chiedendo perdono al Signore. Comprate i Vangeli canonici, non quelli aprocrifi scritti due secolo dopo la morte di Gesù e per nulla attendibili».
A parte che il sacerdote ha confessato di non aver letto il libro, «basta quello che ho sentito dire in giro», direi che questo ritorno all?inquisizione da avanspettacolo è preoccupante, o per lo meno mi preoccupa molto.
Questi gesti, che spero possano rimanere isolati, non possono però restare privi di reazioni appropriate.
Stavo pensando ad una consuetudine italiana, delle estati italiane, che vede l?organizzazione in molte piazze del Bel Paese del cineforum all?aperto; molte delle piazze dove si tengono queste manifestazioni sono circondate da chiese, sarebbe bello e intelligente rispondere con le immagini della proiezione del film di Ron Howard appena uscito nelle sale d?Italia.
Visto che i cineforum di solito sono seguiti da dibattiti sul film oppure preceduti da presentazione dello stesso, si potrebbe dire in quelle sedi che è un film tratto da un romanzo, che non ha pretese storiche particolari e che in ogni caso non si può limitare la libertà di espressione anche se per qualcuno può significare bestemmia.
Altrimenti quale sarebbe la differenza fra noi ed un Paese integralista?

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LETTERA APERTA A SILVIO BERLUSCONI

28 Maggio 2006 4 commenti


Gentile Silvio,
scusami i toni forse un po? troppo amicali, ma sono uno dei tanti delusi della tua politica, che ha creduto in te quando scendesti in campo.
Ammetto non ho mai votato per Forza Italia, però nel 94 hai rappresentato ai miei occhi ciò che era la speranza di molti italiani, un grande leader liberale che potesse finalmente fare una politica liberale in Italia.
Nel 94 tu parlavi del tuo partito come una forza liberale di massa, il tuo programma era sintetizzato nella rivoluzione liberale dell?Italia per superare l?empasse consociativa che aveva caratterizzato la politica italiana fino a quel momento.
Ricordo la proposta della tua finanziaria, per la prima volta si poneva il problema della spesa previdenziale, ricordo che volesti imporre al tuo ministro del lavoro Mastella, una riforma interna alla finanziaria, che lasciava il sistema retributivo ma che portava l?aliquota di maturazione pensionistica dal 2% annuo al 1,75%. Sembrava una scelta giusta, adeguata, ma i sindacati e tutta l?oligarchia burocratica, perfino Confindustria ( o meglio soprattutto Confindustria) dissero no e Mastella prima e Bossi dopo ti voltarono le spalle. Ti fecero fare una finanziaria che non reggeva in piedi e poi fecero cadere il tuo governo dando vita ad un governo tecnico, non avesti (allora si non oggi) il coraggio legittimo di ritirare tutta la tua truppa parlamentare affinché si ricorresse di nuovo alle urne e così i tuoi avversari interni ed esterni prepararono il campo per Prodi. Fu la tua fine o meglio fu la fine della rivoluzione liberale.
Perdesti le elezioni del 96, facendo una campagna elettorale al motto di: Costruiremo uno Stato cattolico-liberale, un vero e proprio ossimoro, che ti costò la sconfitta. Ma per te la sinistra stava preparando la tua rivincita, dissidi interni e l?incapacità di varare una legge sul conflitto degli interessi fecero sì che tu rivincessi nel 2001.
La tua proverbiale presunzione ti fece credere che quella vittoria era imputabile esclusivasmente a tuoi meriti, ad una buona campagna elettorale, che bastava chiamarsi Berlusconi ed il mondo sarebbe caduto ai tuoi piedi. Era stato soprattutto demerito degli avversari, anche perché in quella campagna elettorale facesti l?apologia del moderatismo. Moderati a me, sembravi dire, il contratto degli italiani sembrava più uno strumento ad effetto piuttosto che una cosa seria ed infatti così si rivelò.
Nonostante tutto avesti la possibilità di smentire tutto, una maggioranza che sembrava salda e la possibilità di liberalizzare i mercati, privatizzare ciò che doveva essere privatizzato, diminuire la pressione fiscale. Ed invece nessuna liberalizzazione, nessuna privatizzazione, pressione fiscale rimasta sostanzialmente invariata, solo una buona legge sul mercato del lavoro che era l?aggiornamento di ciò che aveva già fatto la sinistra ed una riforma scolastica che attendiamo alle prime verifiche. Poco, troppo poco, per l?unico premier che è rimasto a Palazzo Chigi dal primo all?ultimo giorno di legislazione. Ma c?è di peggio, perché oltre le leggi ad personam che sei riuscito a far passare, l?apoteosi l?hai raggiunta nell?ultimo anno, con la legge 40 sulla fecondazione assistita, l?abolizione dell?Ici sugli immobili di proprietà degli enti ecclesiastici ed il decreto sulle droghe. Politica più antiliberale non si poteva.
Questo è stato il biglietto da visita con cui ti sei presentato alle ultime elezioni ed hai perso. Giustamente. Nonostante le contraddizioni di questa sinistra, credo che possa esprimere una politica migliore della tua. Per te c?è solo una speranza, ritornare quello del 94, quello che ascoltava più Martino e meno Giovanardi, quello che si ispirava a Reagan e Tatcher e non a Putin e Bush, quello che puntava sul presidenzialismo, sul federalismo e sul maggioritario a turno unico e non il proporzionalista dell?ultim?ora, quello delle liberalizzazioni e non quello dello statalismo tremontiano, quello liberale e non quello clericale.
Se qualcuno volesse scrivere un libro sulla tua vita in politica, avrei un titolo da suggerirgli: Dalla rivoluzione liberale all?involuzione clericale.
Buona fortuna Presidente e soprattutto buona riflessione.

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Cresce il "turismo procreativo" All’estero per avere un figlio

26 Maggio 2006 Commenti chiusi


ROMA – Si chiama “turismo procreativo”, ed è un fenomeno che in Italia si sta diffondendo rapidamente, favorito dalla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. I numeri parlano da sé: in un solo anno, da marzo del 2004, 3.610 coppie hanno varcato i confini nazionali. Quasi il triplo, cioè, rispetto alle 1.315 coppie dell’anno precedente all’entrata in vigore della legge. Uomini e donne che si sono rivolti a centri stranieri, per sottoporsi alla fecondazione assistita e avere un figlio, ma anche per eseguire la diagnosi preimpianto e concepire un bambino sano. I dati emergono da un’indagine – che ha coinvolto 53 centri in Europa e al di fuori – condotta dall’Osservatorio sul turismo procreativo, istituito da Cecos Italia e dal Circolo della stampa di Milano.

I Paesi più frequentati. Le mete preferite dai nostri connazionali, spiega la biologa e ricercatrice Chiara Fornasiero, sono la Spagna e la Svizzera, seguite dal Belgio. In Spagna – dove arriva il 26 per cento delle coppie italiane che decide di rivolgersi all’estero – si è registrato nell’ultimo anno un vero e proprio boom: le richieste sono addirittura decuplicate, per la legislazione liberale che permette la fecondazione eterologa. In Svizzera (oltre il 30 per cento) gli italiani che si rivolgono ai centri di fecondazione assistita sono raddoppiati.

Le altre mete. Fra le destinazioni anche Stati Uniti e Gran Bretagna – dove però i costi dei trattamenti sono piuttosto elevati – Austria, Repubblica Ceca, Grecia e Slovenia, destinazioni delle coppie con problemi economici. Infine, Israele, soprattutto un centro di Tel Aviv dove il successo delle tecniche di fecondazione assistita raggiunge il 50-60 per cento e dove gli italiani chiedono soprattutto l’ovodonazione. Per la diagnosi preimpianto, vietata in Italia, le coppie portatrici di patologie genetiche si rivolgono in particolare ai centri di Spagna, Belgio e Turchia.

La scelta del centro. Nella decisione dell’istituto straniero al quale rivolgersi, vale soprattutto il “passaparola”: i forum dedicati all’infertilità sono molto attivi su internet, dove le donne si consigliano, si scambiano informazioni ed esperienze. Intanto, i centri d’oltralpe si stanno sempre più attrezzando: anche i medici hanno imparato a parlare in italiano.

Le cause della migrazione. Fra le ragioni che favoriscono il “turismo procreativo”, c’è la possibilità di congelare gli embrioni – il che consente vantaggi di salute per le coppie e tempi brevi – e le “non restrizioni” del numero degli ovuli da fecondare in coltura. A questo si aggiunge la diagnosi pre-impianto, che può scongiurare il rischio di trasferire al figlio le malattie genetiche ereditarie delle coppie. In Gran Bretagna, in particolare, esiste un ente governativo (Hfea) che regola e controlla tutte le strutture dove si esegue la fecondazione.

(25 maggio 2005)

Riferimenti: http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/politica/

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Boom irlandese, il segreto del successo? Scuola e scienza

26 Maggio 2006 3 commenti


di Alessandro Casoli, III Anno Scienze Politiche (SPO)

Ancora alla fine degli anni ?80, l?Irlanda era un paese relativamente povero se paragonato alla media Europea. L?istruzione era scarsa, la crescita economica quasi nulla, la disoccupazione altissima, gli investimenti quasi assenti. Nonostante l?ingresso nell?UE, avvenuto nel 1973, avesse apportato ingenti benefici alla condizione Irlandese, il paese stentava a decollare.

Guardiamo l?Irlanda adesso: il PIL è triplicato, la crescita economica degli ultimi 15 anni è stata il quadruplo della media Europea, il triplo di quella Americana; i salari sono passati dal 60% della media Europea al 135%, la disoccupazione è crollata dal 12% al 4%, gli investimenti e le importazioni hanno subito una crescita iperbolica. Per fare un solo esempio, l?Irlanda produce ora un terzo dei computer venduti in Europa.

Se dal 1845 al 1950 circa ben 6 milioni di Irlandesi cercarono fortuna all?estero, ora è l?Eire a essere divenuta meta d?immigrazione, anche grazie all?estrema flessibilità e apertura del mercato del lavoro (l?Irlanda è stata uno dei tre paesi Europei che hanno aperto le proprie frontiere senza limite alcuno ai 10 nuovi membri UE). Tutto ciò ha fatto guadagnare all?Irlanda il soprannome di ?Tigre Celtica?, in un parallelo con le quattro Tigri Asiatiche (Singapore, Hong Kong, Corea del Sud, Taiwan).

Per quanto riguarda l?università, il paragone con l?Italia è devastante. Il tasso di abbandono (media OECD 33%) sta al 22,5%. In Italia siamo al 60%. La percentuale di laureati è altissima ? quasi il 50%, a fronte del misero 10% Italiano. I ricercatori sono 5.1 per 1000 persone attive, contro i 3.3 dell?Italia. Seppure entrambi i dati si collocano al di sotto della media-UE del 5.3, bisogna aggiungere che l?Irlanda detiene il più alto tasso di crescita negli impieghi scientifici ? ben il 16.5%, contro una media Europea del 2.3% e lo scioccante 0.34% dell?Italia. Un fattore importante da sottolineare, inoltre, è che lo stato Irlandese spende per ogni studente circa la metà di quello che spende lo stato Italiano, un ulteriore chiodo nella bara dell?inefficenza Italiana.

Un tale successo nell?istruzione è causa o risultato del boom economico? Secondo William C. Harris, direttore generale della Science Foundation Ireland, la capacità del sistema scolastico Irlandese di produrre una forza lavoro giovane e istruita, in particolare nelle scienze e nella tecnologia, è stata di fondamentale importanza nello scatenare il boom economico Irlandese. Harris traccia le radici del successo della ?Tigre Celtica? proprio in quelle politiche iniziate già negli anni ?60 che permisero l?aumento esponenziale degli studenti, la diminuzione degli abbandoni, e l?aumento delle conoscenze tecnologico-scientifiche. Se nel 1965 gli studenti universitari Irlandesi erano 20.000 nel 1999 erano diventati 112.000, un aumento del 560%.

Per questo motivo, sostiene Harris, l?Irlanda è stata pronta a saltare sul carro della knowledge-based economy, e a sfruttare la propria forza lavoro ben istruita nell?high-tech per ottenere una crescita della prosperità materiale senza precedenti in Europa. A tutt?oggi, la Science Foundation Ireland è stata creata, sul modello della National Science Foundation Stati Unitense, proprio per evitare di adagiarsi sugli allori del successo e mantenere un vantaggio competitivo nei settori scientifico-tecnologici.

Sarebbe saggio allora che un paese come il nostro guardasse con la massima serietà al modello Irlandese, e cercasse, nei limiti del possibile, di imitarlo. Il Mezzogiorno Italiano ad esempio presenta caratteristiche non dissimili da quelle dell?Irlanda pre-boom ? in particolare, la presenza di una vasta forza lavoro disoccupata, con salari potenziali relativamente inferiori alla media Europea; la contiguità con i principali mercati Europei; e un settore high-tech che, seppure acerbo, presenta grandi possibilità di sviluppo.

Il sogno di una ?Tigre Mediterranea? resta immensamente lontano da quelle che sono le prospettive realistiche per il futuro dell?Italia; ciò non significa che non si possano ottenere sensibili miglioramenti seguendo le orme di un altro paese che, come il nostro, è rimasto per molto tempo alla periferia d?Europa.

Riferimenti: http://www.studentistatale.it/portale/content/view/101/

Rosa nel Pugno: le resistenze di quel che resta della nomenclatura socialista

25 Maggio 2006 Commenti chiusi


di Guido Bedarida

La Rosa nel Pugno sta cercando di fiorire, in parlamento si adopera per un gruppo proprio ed in diverse zone d’Italia le elezioni amministrative sono divenute occasione per la costituzione di liste comuni tra Sdi e Radicali.

Il quadro sembrerebbe positivo ma ci sono diverse difficoltà alla crescita della Rosa che non possono essere sottovalutate o ignorate, e la prima è la reazione della diffusa nomenclatura socialista (a livello territoriale) al risultato elettorale, reazione che è stata conservatrice ed etnica sì da mettere in imbarazzo la segreteria nazionale dello Sdi per gli attacchi immotivati e tardivi che l’hanno ridotta, come si nota facilmente, all’attuale silenzio riflessivo.

Le prime avvisaglie erano state chiare durante la Direzione allargata della Rosa nel Pugno, durante la quale amministratori e segretari locali dei Socialisti rivendicavano meriti elettorali e perfino poltrone avvertendo di “non fare scherzi” nella scelta degli eletti in parlamento.

Non da meno sono state le successive riunioni delle direzioni regionali dello SDI, ad una delle quali ero presente come invitato; nella serie di interventi che si sono susseguiti molti hanno rivendicato da una parte l’identità socialista e la necessità di rincorrere (ancora!) DeMichelis e Craxi, dall’altra il fatto che la maggior parte dei voti della Rosa nel Pugno non erano socialisti, il tutto condito da tristi distinguo tra laicità e laicismo (testimone di una sudditanza e di un servilismo alla Chiesa che un socialista rifuggirebbe).

Di fronte a tali interpretazioni ci si aspetterebbe una presa di responsabilità da parte dei dirigenti locali socialisti sia di averci fatto perdere tempo dietro chimere di unità socialista, sia mea culpa per il risultato elettorale non esaltante, sembra però che questo filo logico sfugga a tali fini interpreti del ?sentire comune? ed anzi, il documento finale uscito dalla riunione è stato un sunto di altolà, di accuse ai dirigenti socialisti nazionali ed ai Radicali.

Il documento uscito dalla direzione regionale infatti comincia nelle prime righe con un curioso lapsus (fatto da noi notare ma non corretto neppure nella versione elettronica resa pubblica su internet): citando uno dei nostri slogan per la campagna elettorale si legge di “alternativa per l’alternanza” e non, come sarebbe stato corretto, di “alternanza per l’alternativa” cosa che la dice lunga su come certi amministratori si fossero posti di fronte al progetto Rosa nel Pugno; con incredibile ribaltamento della realtà si individua inoltre nella cosiddetta ?sinistra? l’interlocutore politico privilegiato che sarebbe la Rosa nel Pugno ad osteggiare, per concludere con la sostanza politica che chiede di parlare di socialismo liberale da non confondere o far prevaricare da “prese di posizione di matrice radical-liberista”.

A coronamento di questo strabiliante incontro dal segretario regionale, con aria sorniona ed un po? compiaciuta, ci è stato perfino chiesto se ci fossimo “spaventati” per questa realtà:

a dire la verità ce la aspettavamo, l’atmosfera nostalgica (e quasi comica) da lesa maestà dei socialisti reduci dei potentati craxiani di una volta era palpabile, più che spaventarci noi dovrebbero spaventarsi loro, i socialisti stessi per quel che covano, per qualche in parte evidentemente ancora sono; perché è bene che sappiano che nessuno costringe la nomenclatura a rimanere in un progetto politico che vive realmente ed ha bisogno di atteggiamenti mentali nuovi, di strutture leggere ed attive, di coraggio.

Come Radicali siamo disposti a lavorare insieme nella Rosa nel Pugno in ogni sede locale, che sia dell?Unione o che sia altro; lo chiediamo fortemente, lo facciamo concretamente quando ce ne viene data la possibilità, senza stare a chiedere carte di identità o temere per nicchie di potere o crisi di identità che non ci appartengono, mettendo a disposizione temi, persone, metodi ed esperienza.

Non so e non capisco cosa vogliano dimostrare o rivendicare certi amministratori, quali autonomie o quali posizioni di rendita, quali alterità da un progetto, quello della Rosa nel Pugno, scelto, voluto e perseguito dallo stesso Sdi a partire dai congressi regionali tenutisi prima delle elezioni.

Quello che mi pare evidente è che non è necessario aderire alla Rosa nel Pugno, chi si dichiara battuto, deluso o sconfitto può uscirne, chi rivendica l’essere tutt’altro o si riconosce apertamente per sua stessa ammissione responsabilità politiche precise su quello che viene da alcuni giudicato un risultato elettorale fallimentare, può benissimo togliere (comprensibilmente e giustamente) il disturbo.

La nostalgia (per garofani, politicanti, particolari stili di vita) o la necessità di posizioni da kamasutra della politica o dibattiti in politichese rigorosamente privi di scelte chiare e attività precise non ci servono.

La lungimiranza politica non è di tutti e non si pretende che lo sia, così come non è obbligatorio che chi vive di logiche di autoconservazione o autoreferenzialità, potere e sottopotere possa o debba cambiare la sua natura.

Il soggetto Rosa nel Pugno parte da origini e storie chiare: quella Radicale, quella di una sinistra riformista (non ancora riformatrice ma comunque in evoluzione) di Turci e DeGiovanni e quella socialista di Loris Fortuna e di Boselli, il suo potenziale è enorme, tanto grande da costringere i nostri alleati a ostracizzarci ed ostacolarci sempre, dalla campagna elettorale, ai senatori non assegnatici, fino ai non esaltanti incarichi di governo.

Da questo progetto, visionario ed allo stesso tempo reale e concreto restino pure fuori nomenclatura, personalismi, e tutti coloro che non vogliono farne parte, perché di restare nella Rosa “non l’ha ordinato il dottore” e, dalla assenza di menagrami e vecchi tromboni, ne possiamo guadagnare tutti.

Riferimenti: http://www.radicali.it/newsletter/view.php?id=61566&num

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Il Montenegro è indipendente: un disastro europeo?

24 Maggio 2006 Commenti chiusi


di Angiolo Bandinelli

Stando alle prime notizie, ancora non definitive ma significative e probabilmente già, nella sostanza, irreversibili, Il Montenegro ha votato, nel referendum svoltosi domenica, per la separazione dalla Serbia. Se i dati appena diffusi verranno consolidati e confermati, se ne va l?ultimo pezzo della vecchia Jugoslavia. O forse il penultimo, visto che prima o poi dovrà essere certificato il futuro del Kossovo, anche questo pronto ad una indipendenza sostanziata di valide ragioni etniche e culturali. Molti gioiranno, oltre i cittadini di quel paese: tutti o quelli delle province più proiettate verso la separazione, mentre altri piangeranno su una unione interstatuale con la Serbia che forse non ha dato solo frutti tossici. Per quanto ci concerne, con occhio da europei incalliti e mai pentiti, guardiamo con immenso dolore a questa vicenda. Per noi si tratta di uno scempio, lo diciamo senza alcun ritegno. Per noi, la vecchia Jugoslavia era un progetto di grande respiro che gli uomini, la sciocchezza degli uomini ha consumato e rovinato. La Jugoslavia era nata, alla fine della prima guerra mondiale, da un afflato repubblicano, democratico, federalista di stampo nettamente salveminiano. Si trattava infatti da dare una identità efficace e moderna a piccole entità etniche, di incerta collocazione geografica e strategica, vittime di una storia, quella balcanica, che per mille ragioni non aveva partecipato al grande processo europeo di costruzione dello Stato-Nazione. L?Impero absburgico, per sua parte, non era stato capace di dare al crogiolo degli slavi del sud una qualche forte struttura statuale, comune o separata che fosse. A malapena era riuscito ad enucleare l?identità ungherese dal magma etnico e culturale affidatogli dalla storia. Ma anche prima del crollo di quell?infelice Impero i popoli balcanici erano solamente preda degli appetiti delle Grandi Potenze, l?Austria o la Germania o la Russia, con un timido affaccio anche dell?Italia postunitaria e una sorta di occhiuta supervisione francese e inglese.

La creazione della Jugoslavia aveva in parte invertito la tendenza. Tra le due guerre e nel secondo dopoguerra la Jugoslavia aveva recitato una parte non indifferente nel concerto europeo e nella politica balcanica. Sicuramente era stata governata male, ma forse si poteva rimediare: se per esempio l?Europa l?avesse accolta in tempo, qualcosa poteva essere salvato. Di quella presenza, oggi non resta altro che la seminagione di piccole province fatalmente destinate ad essere risucchiate in giochi più grandi di loro. Ma, si dice, entreranno presto in Europa, e questo rappresenterà la loro salvezza. Noi non siamo affatto convinti di questo, già non crediamo all?Europa a 25, figurarsi cosa ci aspettiamo dal dopo e dal più.

L?esito referendario rafforza le mire, nemmeno tanto celate, degli antieuropeisti, innanzitutto quelli in veste filobushana, per i quali ogni inciampo alla costruzione di una solida casa europea è motivo di brindisi con birra rigorosamente yankee e frankfurter alla senape. In costoro non c?è nessun senso di responsabilità politica, nessuna capacità di prospettiva. Si trovano come alleati i nazionalisti di varia tendenza, anche essi antieuropei, sul modello Glucksman o Finkielkraut, rottami gaullisti senza saperlo, chiusi in una mitologia intellettuale priva delle giustificazioni del vecchio sartrismo, che rispetto a questi aveva almeno dignità storica, oltreché la rassicurante visione dei ?Mirages? sfreccianti sulla Torre Eiffel. ?Americani? a tanto il pezzo, regionalisti e localisti più o meno ?padani?, nazionalisti impettiti magari usciti dalla Bocconi, tutti oggi applaudiranno: insieme, ahimè, ad altri radicali neghittosi e disinteressati a riflettere di nuovo, fortemente ed audacemente, sulla storia e il futuro dell?Europa. Si proclamano, un giorno sì e l?altro no, spinelliani, hanno applaudito, come evento risolutivo, alla fine di Milosevic, ma poi se ne sono, come si dice, lavate le mani.

Come dire: non c?è, lì in mezzo, un briciolo di classe politica europea, comunque di un qualche respiro. Peccato. Una caduta ingloriosa.

Riferimenti: http://www.radicali.it/newsletter

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Convenienze e Convinzioni

24 Maggio 2006 Commenti chiusi


Sicuramente i partiti sono importanti per la funzionalità di una democrazia, tuttavia non credo che la stragrande maggioranza dei partiti, così come presenti sullo scenario politico italiano e locale, siano una garanzia in tal senso. Vorrei che si riflettesse su un aspetto che mi sta molto a cuore e cioè: siamo una vera democrazia? Siamo un paese in cui effettivamente e non solo formalmente i cittadini sono parte attiva della vita politica e sociale del paese, oppure viviamo più comprensibilmente e realisticamente in una oligarchia? Io credo fermamente più nella seconda ipotesi, non che in altri paesi ci sia una democrazia compiuta, ma in Italia la situazione mi sembra più grave che in altri paesi occidentali.
Viviamo in una condizione di scarsa mobilità sociale, dove le professioni sono di fatto accessibili solo ai figli dei professionisti, gli operai sono figli di operai, gli impiegati sono figli di impiegati e via discorrendo, questo è possibile solo se si verificano due condizioni: cultura corporativa e prevalenza delle convenienze sulle convinzioni. In una società in cui poi i problemi sociali si manifestano in maniera sempre più preoccupante ecco che i due aspetti convergono nella cura dell?interesse particolare rispetto a quello generale; in pratica corporazioni da una parte e partiti e sindacati dall?altra, coalizzati di fatto, portano ad un controllo sociale tale che, le convinzioni di ognuno devono scontrarsi contro le convenienze dei potentati locali e nazionali. In pratica in ognuno di noi spesso si verifica uno scontro fra le proprie convinzioni e le convenienze del sistema e per molti la strada che viene scelta è obbligata.
Paradossalmente conviene più adeguarsi alle convenienze altrui che alle convinzioni proprie. Ecco perché è ancora più importante dar fiducia a chi persegue le proprie convinzioni non piegandosi alle convenienze degli altri.

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Parabola discendente della Chiesa

24 Maggio 2006 4 commenti


Settembre ed ottobre sono i mesi che tradizionalmente vengono dedicati alla vendemmia. Una sola vigna non ha conosciuto la gioia di essere vendemmiata, la vigna del Signore.
E? strano perché si dice che la sua uva sia la migliore ed il suo nettare eccezionale. Speriamo che tutto ciò non comprometta il raccolto dell?anno prossimo. Tutti si chiedono perché, come mai è potuto succedere una cosa del genere, io una mezza idea ce l?ho.
Come qualsiasi bracciante che aspira a diventare imprenditore agricolo, così il capo vignaiolo della vigna del Signore, il Sig. Giuseppe (si dice di lui che sia di una ratza superiore, altri che sia di una brutta ratza), ha acquistato una vigna più a valle e coadiuvato dai suoi collaboratori più stretti, soprattutto da Camillo ( si dice di lui che è una ruina), ha comunicato all?insieme dei vignaioli e dei braccianti che vendemmiare la sua vigna equivale a vendemmiare la vigna del Signore.
A questo punto la maggior parte dei vignaioli hanno seguito l?invito di Giuseppe e chi ha osato porre degli interrogativi o far notare incongruenze e mistificazioni è stato classificato come minoritario, immorale ed insignificante.
Successivamente Giuseppe e Camillo hanno chiesto a tutti i vignaioli di rinunciare ad una vite di loro proprietà per donarla alla vigna di Giuseppe, così il Signore sarebbe stato più felice ed il vino più buono. In seguito hanno riferito che le viti da donare dovevano essere otto per ogni mille viti in loro possesso, così sarebbe stata donata a loro la felicità ed un vino sempre più buono.
Giuseppe e Camillo hanno chiesto ai propri vignaioli di pagare anche per loro le tasse sulla proprietà del terreno, perché nonostante la vigna di Giuseppe fosse la più ricca, la più grande e la più curata, il Signore voleva che non venisse pagata neanche una lira di tassa, così sarebbero stati più felici e avrebbero goduto di un vino più buono.
I vignaioli hanno fatto così, però adesso si ritrovano a constatare che loro hanno meno viti, la loro felicità non è aumentata, il loro vino è sempre lo stesso, mentre il vino di Giuseppe e Camillo non è buono come quello del Signore, ha un retrogusto amarognolo (qualcuno lo ha declassato a nettare di Bacco a causa del metodo paganoise adottato) e provoca una forte acidità di stomaco.

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